La Philarmonica





Il direttore dell'orchestra ha deciso che il concerto di questa sera a Wembley dev'essere memorabile. Deve rimanere nella storia, colpire l'immaginazione degli spettatori, suscitare emozioni indimenticabili. E' una finale di Coppa dei campioni (è più bello chiamarla così), è Barcellona-Manchester United, roba da palati fini e cuori forti. Qualcuno ritiene che Sir Alex sappia come disaccordare i violini dei catalani, e il suo carisma non è certo inferiore a quello del Pep. Niente da fare. Sarà un monologo blaugrana, i Red Devils si affacceranno poche volte nella metà campo del Barça, pressing e possesso, possesso e pressing, la palla è sempre tra i piedi di Xavi, di Iniesta e di Messi. Non c'è scampo.

Scintillante e indiscussa, l'egemonia barcellonista. Il mondo discute: è mai esistita una squadra più bella e più forte di questa? Domande inutili, perché una risposta sicura non c'è; perché, sulla terra, il football è disciplina aperta a ogni interpretazione, materia opinabile. Certo è che, quella sera, a Wembley, la Philarmonica suonò una musica celestiale; Eupalla ne raccolse le note e le depose nell'inaccessibile scrigno delle verità assolute, che lei sola conosce.

Torino (1975-76)


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Bibliografia granata


Giovanni Arpino, Da Superga fino al trionfo (La Stampa, 17 maggio 1976)

"Cosa significa questo nuovo, trionfale scudetto torinese? Cosa vogliono dire tanti stendardi, trentamila garofani all'occhiello, gli infiniti fiocchi granata che adornano fin da sabato notte la città, dalle nobili ombre dei portici ai balconi della periferia? E cosa ci vogliono far capire i balli, gli abbracci, le estemporanee invenzioni, sia in piazza San Carlo sia nelle province piemontesi, con corse di tori, sbandieramenti e brindisi? 
Pare un paradossale «compromesso storico» dedicato al pallone. La sede del club di Orfeo Pianelli è piantonata giorno e notte dai fedeli come se si trattasse di un tempio dedicato a Minerva. E gli echi, le ripercussioni di questo stato d'animo dureranno a lungo. Ma cosa ci trasmettono, e perché? Non basta rifarsi alla tragedia di ventisette anni fa, alla lunga attesa delle tribù granatiere. Questo scudetto tinto di vermiglio, i fiori all'occhiello di tante persone costituiscono - seppur in modo inconscio - una rivincita prettamente piemontese, piemontarda in ogni millimetro di osso e midollo, in ogni goccia di sangue per ogni vena.
Perché la Juventus è universale, il Torino è un dialetto. La Madama è un "esperanto" anche calcistico, il Torino è gergo. E qui il peso del campanile trova finalmente sfogo, piedestallo, unità espressiva, anche se l'immagine della squadra granata è amata per quanto seminarono, tanto tempo fa e in ogni luogo d'Italia, i gol e i lutti del Valentino Mazzola e del Maroso.
Oggi, Torino granatiera gode. Clamorosamente. Ma si chiude anche a versare una lacrima di commozione, nel groppo di tanta gioia, nel rilassarsi di tante tensioni. E si parla di calcio, di Pulici o Castellini o Claudio "poeta pelotero" solo per dar realtà a un sogno troppo vasto, quasi inabbracciabile.
Uno può davvero ancorarsi a dite poli nella vita: il giorno segnato 4 maggio '49, quando arrivò il fulmine mortifero di Superga e precipitò in lutto il Paese, e questa domenica, sofferta e goduta. Un ciclo si è chiuso per cominciare a crescere in altra forma ...
La festa grande non abbisogna di spiegazioni ulteriori: è un risultato, un traguardo di per sé. I vari mediconi della critica sportiva ora si chineranno a scrutare e diagnosticare tanti «perché». Lasciamoli fare: tanto non parlano il nostro dialetto. Limitiamoci a constatare questa legge: che almeno nello sport talvolta vince il migliore. La gioia popolare parte anche da qui".


La voce disincantata

Gianni Brera, Storia critica del calcio italiano, pp. 463-464.

"Il Torino torna allo scudetto - è questo il 7° della sua storia - dopo qualcosa come 27 anni: di tifo assai caldo e appassionato, i torinisti se ne commuovono ed esaltano in giusta misura. La loro bandiera è ancora abbrunata per l'orribile disastro di Superga (maggio 1949), che ha tolto al Torino e al calcio nazionale il meglio della generazione maturata con la guerra. Questo triongo è tanto più significativo, per i torinisti, in quanto è stato ottenuto ai danni dell'odiatissima Goeuba.
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Il Torino campione d'Italia 1975-76 ha allineato questa formazione tipo: Castellini; Santin, Salvadori; Patrizio Sala, Mozzini, Caporale; Claudio Sala, Pecci, Graziani, Zaccarelli, Pulici. Il modulo è quello tipico italiano, con tanto di coppia centrale d'area (Caporale libero, Mozzini stopper). Il mordente del tecnico si è però trasmesso ai suoi giocatori, alcuni di quali - come i due Sala, Graziani, Zaccarelli, Pulici, Mozzini e Castellini - conquistano la nazionale. In particolare, la squadra di Radice ha introdotto il 'pressing', che si rifà al gergo cestistico e si esercita soprattutto in attacco, nei confronti dei difensori avversari in possesso d palla. Nel nostro gergo, si dice che una squadra opera il 'forcing' quando assume l'iniziativa del gioco. Il 'pressing' torinista è grintoso e costante ma, come vedremo, logora: e forse è dettato dalla necessità di soccorrere un centrocampo non sempre in grado di proteggere la difesa. Naturalmente gli agiografi del Torino parlano di calcio totale, a tutto campo. Sono tipiche amenità dei momenti di euforia. Il potenziale tecnico-agonistico della squadra neo-campione non è molto elevato e lo dimostreranno, purtroppo, i tornei continentali".